Alla scoperta dell'Altopiano Ibleo, il territorio delle "cave" e dei carrubbi

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I bikers ammirano il paesaggio dell'altopiano Ibleo I bikers ammirano il paesaggio dell'altopiano Ibleo Foto di Roberto Greco

Viaggio in due giorni nei territori della “Contea” quinta scenica delle avventure del Commissario Montalbano.

Day1

La 25a edizione del famoso raduno di Natale in mountain bike, evento nazionale ciclo escursionistico, creato dalla storica associazione di mountain bike Etnafreebike di Catania e portato avanti negli ultimi anni con la preziosa collaborazione dell’altra storica associazione del settore, il Mountainbikeclub di Siracusa, ha offerto lo spunto per trascorrere un bellissimo weekend sulle propaggini del tavolato ibleo, grande massiccio roccioso di natura calcarea, solcato da profonde incisioni vallive, le cosiddette “cave”, veri e propri canyon, profondi anche 600/700 m che degradano ora morbidamente ora con drammatica pendenza verso i fondovalle, dovuti all’incessante azione erosiva degli agenti atmosferici e soprattutto alla presenza di numerosi corsi d’acqua come l’Irminio e l’Anapo i due corsi d’acqua principali delle provincie di Ragusa e Siracusa. Questi magnifici siti, ricchissimi scrigni di natura, in realtà nascondono per tutta la propria estensione, sia in altezza che per l’intero sviluppo longitudinale le vestigia di un ricco e glorioso passato, in cui la presenza umana parte dal Neolitico e si stratifica nei secoli, spostandosi verso il fondo valle, man mano che l’attività erosiva dell’acqua spingeva i corsi d’acqua verso il basso,creando queste profonde incisioni.
Un nome su tutti è quello di Pantalica, il famoso sito dell’età del bronzo con più di 5.000 sepolture, tali da farla diventare la più estesa necropoli preistorica rupestre italiana ed una delle più importanti al mondo, dove nei secoli (la fondazione è del XIII secolo a.C. )si sono succedute le varie popolazioni oriunde della sicilia e quelle giunte da altre aree geografiche, compresi i megaresi delle colonie greche della costa, che attratti dalle ricchezze naturali e dall’ampia capacità difensiva offerta dal sito, trasformarono le sepolture in vere e proprie abitazioni, ampliando le cavità naturali o scavate, difendendosi nei secoli a venire dalle scorrerie dei predoni e alla dominazione araba, che intorno all’800 d.C imperversò a fasi alterne in Sicilia.

Cava del CalcinaraLa cava del Calcinara, principale affluente dell'Anapo nei pressi di PantalicaFoto di Roberto Greco

Il territorio è punteggiato dalle forature delle sepolture disposte su più file parallele,secondo uno schema mai casuale e vi si accedeva con un ingegnoso sistema di scale lignee e di pertiche che venivano appoggiate dall’alto sulle rocce o srotolate verso il basso, ma le sorprese non si fermano qui. Con le nostre mountain bike, messe a punto le sospensioni prima dell’escursione, lasciamo lo splendido e lindo paese di Ferla, che sembra prendere il proprio nome dalla ferula, il finocchio selvatico, (la cui crescita porta alla formazione di un lungo bastone leggero e nodoso, spesso impiegato dai pastorelli per governare le greggi e gli armenti), e risaliamo la strada che porta all’azienda agrituristica Campanio, un vero e proprio villaggio turistico con bellissima vista sull’abitato barocco di Ferla e sulle colline circostanti. In breve la strada spiana e lascia aperta la visuale sulle valli dell’Anapo e del Calcinara; il panorama, verdissimo, in un’alternanza di boschi di impianto forestale e splendidi boschi di quercia e sughera (quercus suber), alternati a eccezionali esemplari di lecci (quercus ilex) ci regala sensazioni notevoli. La quota infatti ci permette di avere la stessa predominanza che i numerosi rapaci, ritornati a nidificare grazie all’istituzione della riserva naturale di Pantalica, hanno durante il loro volo, anche nell’esecuzione del sorprendente “spirito santo”, tipico librarsi in volo statico alla ricerca di prede.

Altopiano IbleoUn particolare della roccia calcarea coperta di licheniFoto di Roberto Greco

Nessuna abitazione in vista, una tavolozza di sfumature di verde, i colori delle roccia bianca, con vene rosse e altre grigie, aggredita dai muschi e soprattutto dai licheni dal bell’arancio vivo sono gli elementi visivi che compongono l’immagine dell’altopiano ibleo. Il cielo è generalmente azzurro e i suoni di natura coprono ma non del tutto il rumore dell’acqua in fondovalle. In lontananza numerosi ruderi di antichi mulini, sottolineano l’antico sfruttamento agrario del territorio, segnato dai numerosi terrazzamenti con i tipici muretti a crudo, che più di ogni altro elemento sono il simbolo stesso degli altopiani ragusani. L’antica Hyblon, fondata dall’omonimo re, affonda le sue radici nel XIII secolo a.C. quando un popolo proveniente dall’Italia centrale, guidato dal condottiero Italo (da cui il nome attuale del nostro bel paese) i Sikeloi, si stabilirono in questa fertile e lussureggiante regione, baciata dal sole e vero scrigno di natura e ricchezze. Da allora fu un succedersi di culture, si passò attraverso la tarda epoca del rame a quella del bronzo alla più evoluta età del ferro, che, notoriamente, ci conduce alle epoce storiche, culminate nel 756 a. C. con l’arrivo dei primi coloni Greci.
Il percorso scorre veloce sotto le nostre ruote ma la presenza di alcuni ruderi ci costringe ad una sosta. Siamo al cospetto di una basilica bizantina, quella di Giarranauti, ove le popolazioni bizantine si spostarono, scappando dalla costa, ormai infestata dall’imperversare delle scorribande dei Pirati. La contrada è punteggiata dalle rovine di altri edifici dell’antico borgo di Giarranauti. Ma il percorso riserva altre bellissime sorprese come i calcaroni, dove si produceva la calce per le costruzioni, cosa resa possibile sia dalla materia prima, le rocce a matrice calcarea, che dalla legna da ardere impiegata in questi grandi forni in batteria.

Vasche conciarieLe vasche realizzate scavando la roccia calcareaFoto di Roberto Greco

Superiamo le strutture della forestale, splendide masserie della fine dell’800 adibite a punto base dell’escursionismo, attrezzate anche di officine per le riparazioni delle infrastrutture della riserva, con moltissimi sentieri che si dipartono proprio da questo luogo. La visita si estende, sempre a cavallo della nostra bici alle antiche vasche dove si faceva il trattamento delle pelli, le antiche vasche Conciarie, quelle concerie ricavate nella roccia, mediante lo scavo di ampi bacini di forma rettangolare digradanti verso valle, che utilizzavano la presenza delle numerose sorgenti, per il trattamento delle pelli.
Ancora una volta riprendiamo il nostro piacevole giro, ammirando il punteggiare ora rosato, ora fucsia delle splendide fioriture di erica, particolarmente presente e rigogliosa nella zona in questo periodo. La strada bianca abbandona le ampie e soleggiate radure per percorrere il fondo valle, completamente ricoperto da una fitta e splendida foresta di lecci, maestosi esemplari che raggiungono, per via delle favorevoli condizioni igrometriche e del microclima anche i 30 metri di altezza. Il bosco naturale, è curato con particolare attenzione dall’azienda foreste demaniali, che vi ha tracciato alcuni sentieri, ripercorrendo antiche tracce e viottoli percorsi per milleni da uomini ed animali. Questa parte dell’itinerario è veramente affascinante per via dell’indicibile bellezza del paesaggio, di questo prezioso gioiello di cui possiamo godere grazie a quegli stupendi gioielli tecnologici che sono le mountainbikes.

Altopiano IbleoLe splendide incisioni vallive denominate caveFoto di Roberto Greco

In breve ci colleghiamo alla strada provinciale che collega Ferla con Sortino, passando proprio da Pantalica, luogo emblematico per la comprensione proto storica della Sicilia e del bacino del mediterraneo, ove i grandi archeologi Paolo Orsi (roveretano di origine, diventato poi siciliano d’adozione) e il Barnabo-Brea, hanno effettuato grandi campagne di scavo, contribuendo in modo decisivo alla comprensione delle vicende dei nostri antenati. Nei pressi dell’accesso demaniale a Pantalica è possibile, previo permesso rilasciato dalla forestale di Siracusa, percorrere in bici il tratto della riserva che costeggia il fiume Anapo, prima della confluenza del Calcinara, impiegando il tracciato della vecchia ferrovia Siracusa-Ragusa-Vizzini. Avendo tempo a disposizione si può percorrere l’intero tracciato ricompreso nella riserva e giungere alla vecchia stazione di Cassaro Ferla, da dove sarà possibile raggiungere in una decina di chilometri l’abitato barocco di Ferla, che per lo splendore delle sue piazze, la bellezza delle sue chiese e per l’incredibile posizione geografica, già merita una visita. Diversamente, attraversata la strada provinciale, sarà possibile proseguire in sterrato verso Palazzolo Acreide (l’antica Akrai, con la sua intatta agorà, il teatro greco e altri eccezionali monumenti) o verso i paesi montani della provincia di Ragusa, incredibili scrigni di natura e di sapori.
Raggiunta la nostra macchina e conclusa l’escursione ci dirigiamo alla volta di Ragusa, importante centro ibleo capoluogo di provincia e sede di moltissime attività imprenditoriali, effettuate con grande sapienza e capacità ma senza mai dimenticare le origini rurali, unendo così la tecnologia al rispetto delle tradizioni. La città di Ragusa, conosciuta in precedenza come Spaccaforno, si è contesa con la vicina e sontuosa Modica il primato Ibleo, riuscendo per un soffio ad ottenere il titolo di capoluogo di provincia. Questo ha alimentato ulteriormente il campanilismo che in Sicilia fa particolarmente rima con individualismo che ha prodotto eccellenze, soprattutto nel campo dell’arte e dell’architettura, come si può vedere osservando le magnificenze barocche di chiese, palazzi e residenze nobiliari e conventi negli abitati di Modica, Ragusa Ibla, Ispica e Scicli.

FerlaSuggestiva inquadratura notturna di piazza San sebastiano a FerlaFoto di Roberto Greco

L’altopiano ragusano ci accompagna per tutto il tragitto con i suoi muretti a secco, con i prati verdissimi, con le masserie, di cui molte “munite”, cioè predisposte con sistemi difensivi per impedire a predoni provenienti dalla costa di fare razzie. In sostanza queste masserie erano dei complessi edilizi di fatto autosufficienti che aprivano porte e finestre solo sull’ampio cortile, con pavimentazione in conci lapidei e un efficiente sistema di raccolta delle acque piovane in generose e sotterranee cisterne. Era spesso presente solo una grande porta d’accesso chiusa con grande portone in legno massello, spesso sormontato dalla parte nobile del complesso, destinata ad ospitare il signorotto proprietario del latifondo, a cui si giungeva con una ricca e maestosa scala, spesso accompagnata a fontane con giochi d’acqua, a sottolineare la disponibilità economica della famiglia proprietaria.
Ma l’elemento che cattura anche l’occhio più distratto è la distesa verde sterminata dei prati, punteggiati da maestosi esemplari di carrubbo e ulivo, legati indissolubilmente da quella che i botanici chiamano simbiosi dell’Oleo-Celantonion, a sottolineare come questi suoli e queste esposizioni, caratterizzati da rigidi e pur nevosi inverni e calde e siccitose estati, accolgono e favoriscono la crescita di questi splendidi esempi di mediterraneità vegetale.

Leggi la seconda parte: Day2

Roberto Greco e Lucilla Todaro

Roberto Greco, un ingegnere con la passione della bicicletta, con un amore sconfinato per la natura e con la voglia insopprimibile di esplorare, di sperimentare nuovi percorsi, nuove strade, nuove emozioni. Il risultato di quest'equazione è un uomo in perenne viaggio, con gli occhi sempre predisposti alla scoperta: di una stradina da percorrere in bici, della meraviglia di un'orchidea spontanea, del un taglio particolare di un edificio, della bellezza in ogni sua manifestazione.
Lucilla Todaro, dicono che la passione per il viaggio sia determinata da un gene. Se fosse vero, lei ce l'ha. La formazione classica, la passione per l'arte, i miti greci e, soprattutto, la letteratura, ne fanno una viaggiatrice colta e curiosa.

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