La ferrovia di Montagna della provincia di Enna

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La ferrovia di Montagna della provincia di Enna Foto: Roberto Greco

Il centro della Sicilia ritrova il proprio “ombelico” in quella che gli antichi arabi definivano la montagna dei tre confini, quel monte Altesina che con la propria incombente mole, troneggiava sul corso dei fiumi Dittaino e Salso, marcando in modo incontrovertibile la suddivisione della “trinacria” in tre grandi presidi territoriali, denominati Val Demone, Val di Noto e Val di Mazara. Lo sguardo spazia libero a 360° soffermandosi sulle alture dell’antica città di Castro Giovanni, ora Enna, sormontata dal celebre castello Lombardo, sugli sconfinati boschi della non distante città di Piazza Armerina, dove la storia è passata lasciando i propri segni sul territorio con grandi complessi edilizi di pregevole architettura, ville romane, cattedrali e castelli. Ma lo sguardo si sofferma sulla altera bellezza del piccolo ed abbarbicato abitato di Assoro, antichissima città, più antica di Roma come si legge sui depliants turistici, che sovrasta la valle del fiume Dittaino e l’ampia pianura alluvionale circostante, volando subito dopo alle propaggini dei monti Nebrodi, “completati” ed arginati dal grande massiccio di monte Sambughetti, porta dell’altra grande catena montuosa di prosecuzione appenninica, quella delle Madonie.
Una piccola ferrovia a scartamento ridotto, ormai disarmata ma in buone condizioni nel tratto più ardito e caratteristico dell’intero tracciato, consente il collegamento dal fondo valle agli oltre 800 metri dell’abitato di Assoro, per giungere in lieve discesa al barocco centro di Leonforte. Per comprendere le ragioni di questa tortuosa ed affascinante ferrovia di montagna, bisogna scavare nella storia industriale dell’800 siciliano, quando uno scaltro imprenditore britannico, comprendendo le forti potenzialità estrattive offerte dalla nascente attività mineraria per l’estrazione dello zolfo e dei minerali contenenti il potassio, creò dal nulla, con la collaborazione del neonato stato italiano, una fitta rete di collegamenti ferroviari minori, che scambiavano proprio presso la stazione di Dittaino con la rete a scartamento ordinario che collegava Enna a Catania, ove si trovavano le famose raffinerie di Zolfo, prezioso componente di molte lavorazioni chimiche in seguito caricato dal prospiciente porto di Catania, in partenza verso tutte le destinazioni. La rete ferroviaria secondaria del centro Sicilia fu creata così per ottemperare a due diverse esigenze: attingere ai ricchi giacimenti gessoso solfiferi e utilizzare la sovrabbondante e poverissima manodopera locale, sul cui sfruttamento sono state scritte pagine di grande letteratura come Rosso Malpelo di Verga e ambientati duri affreschi della vita rurale della fine del 1800 come nel film La discesa di Aclà a Floristella.
Nel 1883 l’imprenditore inglese Robert Threwella, già possidente svariati pozzi estrattivi di zolfo, disseminati lungo la valle del Dittaino, chiede un’autorizzazione prefettizia per la costruzione di una tramvia a vapore per collegare la stazione di Raddusa con quella di Assoro (oggi Dittaino), essendo interessato con più ampi e diretti interessi a collegare anche la zona di Grottacalda-Floristella con Caltagirone e con Dittaino. Tra il 1918 e il 1923 venne costruita l’arditissima tratta che in soli 15 km giungeva dai 256 m.sl.m a sfiorare i 700 metri presso la stazione di Assoro paese, per scendere ai 650 m.sl.m di Leonforte. Le difficoltà economiche dello stato italiano pregiudicarono la costruzione dell’intero tracciato che univa nel momento di massimo sviluppo la città di Caltagirone con quella di Leonforte, costituendo una vera e propria dorsale sud-nord, con elemento di snodo e collegamento quella stazione di Dittaino, ove i tracciati a scartamento ridotto incrociavano e scambiavano con l’importante dorsale est-ovest Palermo-Catania. Un territorio aspro, montuoso, difficile per l’insorgenza di movimenti franosi condizionò non poco l’insieme delle scelte progettuali, che nel tratto tra Assoro e Leonforte costituiscono un vero e proprio manuale dal vivo di tecnica ingegneristica ferroviaria.

La stazione di DittainoLa stazione di DittainoFoto: Roberto Greco

Il minuetto delle ferrovie dello stato proveniente da Catania si ferma alla piccola stazione di Dittaino, ove un moderno ed originale piccolo ma fornito bar ci accoglie per un caffè ed una squisita treccina alla crema. Non posso non notare la riuscita architettura degli interni ispirata al mondo ferroviario, con tanto di binari sul muro. Inforcata la bici inizia la risalita in direzione di Assoro, lungo la strada provinciale di collegamento tra la stazione di Dittaino e il delizioso paese di Assoro. La strada costeggia per un tratto la ferrovia Catania-Palermo e, parallelamente al vecchio tracciato ferroviario a scartamento ridotto, ormai appena percettibile perché inglobato dai campi, sale tra colline verdissime e punteggiate da fiori e orchidee selvatiche che nel mese di marzo sbocciano un po’ ovunque.
La strada sp7 II si arrampica tra frane e dissesti vari, ora avvicinandosi, ora allontanandosi dal vecchio tracciato di cui riconosciamo qualche piccola opera d’arte (ponticelli per il superamento di ruscelli stagionali) e i vecchi caselli restaurati con gusto dai nuovi proprietari. Riconosciamo qualche costruzione di servizio alla piccola tratta, fin quando sulla destra, dopo una serie di curve, compare l’appena restaurata stazione intermedia di Cavalcatore, ove giungevano molti operai che lavoravano nelle vicine miniere solfifere. Nelle immediate vicinanze un piccolo stabilimento caseario ha puntato tutto sulla qualità dei propri prodotti facendone, di fatto, una delle eccellenze locali. In leggera salita proseguiamo, rilassando un po’ le gambe ed allungando un po’ il rapporto fino a scorgere un altro piccolo casello ferroviario sulla destra, che ci fa intuire il tortuoso tracciato che la ferrovia di montagna ci riserva di li a poco. Il tracciato (quel che ne rimane a dire il vero), infatti, passa sotto la strada provinciale e con un ardita curvatura punta dritto in direzione nord, affiancandosi ad un caseggiato, ora restaurato, che altro non era che la stazione di caricamento dell’acqua per le locomotive a vapore.

La ferrovia di Montagna della provincia di EnnaFoto: Roberto Greco

Le forti pendenze del tracciato del 75 per mille erano superate con la speciale cremagliera Strub che dotava le vecchie locomotive a vapore e risentiamo subito dell’incremento di pendenza e a ricordarcelo è proprio la prima galleria che sia apre nei pressi della anzidetta stazione di caricamento. Inizia il tratto sterrato e sblocchiamo le sospensioni delle nostre mtb, mettendole in posizione trail. La bocca del tunnel si presenta in tutta la sua magnificenza e proprio questa galleria di oltre 600 m, in curva ed in salita, perfettamente conservata nelle strutture del manufatto, prima di una lunga serie ci preannuncia il grande sforzo progettuale prima e realizzativo poi. La forte pendenza, la presenza della forte curvatura, possibile solo con l’adozione dello scartamento ridotto, il completo buio presente all’interno, ci tengono vigili ed allerta, sia per la presenza della fossa di scolo delle acque di ruscellamento posto lateralmente, che per l’anomala presenza di un disco luminoso posto quasi all’uscita di monte. Soffermandoci scopriamo che la luce deriva da un profondo camino di aerazione posto sulla sommità dellla galleria, realizzato proprio per sfogare i pesanti residui carboniosi della vaporiera.
Superiamo una profonda e verde trincea, lasciandoci alle spalle un suggestivo casello che domina il tracciato in quel punto, infilandoci senza soluzione di continuità in una serie di gallerie, alla cui fine percepiamo un mutare del paesaggio dovuto alla peculiare costruzione alla quale si accennava prima. Il tracciato ferroviario, infatti, come nel caso della più nota Spoleto-Norcia o della Tirano-S.Moritz-Bernina, fa una serie di tornanti, con curve strettissime, proprio per superare in pochissimo spazio il maggiore dislivello possibile. La sorpresa, all’uscita di ogni tunnel è grande e attiene allo scorgere nuovi punti di vista, nuove prospettive, ora sulla valle sempre più distante, ora sui rilievi montuosi, percorsi da correnti ascensionali che consentono il volo a numerosi rapaci, ormai padroni incontrastati del territorio, insieme a sparuti greggi di pecore e capre al pascolo brado. Un splendida costruzione a forma di arco sorpassa in aria il tracciato ferroviario, consentendo , a suo tempo, ai contadini il superamento della tratta ferroviaria, ove si incrociava con un antico sentiero di risalita alla montagna.
È un continuo susseguirsi di ponti e gallerie, alternati nella posizione e nel verso, ondivago, quasi sinusoidale, cosa che percepiamo solo quando siamo giunti molto in alto, scorgendo le altre gallerie in basso, il casello, la zona in trincea e quelle in rilevato e notando non senza stupore la stranissima forma del comignolo d’aerazione, inserito in un bellissimo campo coltivato, punteggiato di mandorli fioriti, ulivi e viti. Lasciamo sulla destra un altro piccolo casello, la cui posizione suggerisce un immediato recupero finalizzato alla creazione di un posto ristoro o posto tappa escursionistico, accentuato dall’invidiabile posizione dominante,e percorriamo l’ultima delle gallerie prima dell’abitato di Assoro. Un ultimo tratto quasi rettilineo, sempre a fondo naturale ci conduce alla periferia di Assoro, una zona a villette quieta e dall’urbanistica moderna e rilassata, che fa da contraltare all’edificato storico del centro, con le sue case costruite con matrice medievale le une contro le altre, a volersi difendere dalle scorribande saracene del 1500-1600 d.c. e volere suggerire la visita al bellissimo scrigno di bellezze architettoniche che ci lasciamo per ultimo in questa nostra esplorazione centro-siciliana.

La ferrovia di Montagna della provincia di EnnaFoto: Roberto Greco

Proseguiamo verso nord, seguendo idealmente il tracciato ormai scomparso sotto la nuova urbanizzazione, in direzione delle due nuove chiese, (di cui una evangelica), dalla piacevole forma architettonica, poste in corrispondenza di due maneggi ubicati nel grande piazzale, che costituiva proprio l’area ferroviaria. La vecchia stazione, non dissimile da quella di cavalcatore, è diventato ormai un edificio di civile abitazione difficilmente distinguibile dai fabbricati limitrofi, sebbene più imponente, e dato per demolito da siti che si occupano di ferrovie dismesse senza curarne troppo le fonti. Non lontano dall’antica stazione si scorge il casello, tinteggiato di una eccentrica tinta di rosa, che presenziava l’ingresso al paese, ancora abitato ed in perfette condizioni, grazie all’amore del proprietario, legato lavorativamente e sentimentalmente alla vecchia tratta ferroviaria, che ci intrattiene con i propri ricordi, facendo comprendere quanto abbia contato l’arrivo della ferrovia in paese e quanto negativamente abbia influito la sua chiusura nei primi anni 60, relegando il piccolo ma prezioso centro montano ad un ruolo di marginalità nella già difficile economia post bellica della provincia di Enna.
Il bell’abitato di Assoro sembra volerci attirare verso il proprio centro storico, impreziosito da notevoli testimonianze storiche, rappresentate, come sovente avviene in Sicilia da sovrapposizioni architettoniche di differenti periodi storici, sempre perfettamente coniugate in un inscindibile connubio stilistico, carico di significati e contaminazioni culturali. Tuttavia questo scrigno di bellezza ce lo riserviamo per ultimo, decidendo di dirigere le nostre mountain bikes verso Leonforte, ridente cittadina di seicentesca origine, che dista pochi chilometri da Assoro. Per farlo avremmo voluto attraversare la galleria che originariamente sotto passava l’area di espansione edilizia a villette del paese, ma questa, sebbene in perfette condizioni, non è agibile in quanto destinata bonariamente alla conservazione del fieno dei vicini maneggi, in attesa che il previsto collegamento ciclopedonale farà dell’area proprio il cardine del progetto, inserendo in quel contesto un edificio a servizio della rinata tratta con funzione di punto sosta ed informazione turistica, di ostello e punto ristoro e manutenzione. Il progetto incrementerà anche la dotazione di verde dell’area restituendo a quell’ambito il primigenio habitus bucolico, consentendo a chi lo voglia di potere approfittare della presenza di guide locali disposte ad accompagnare sia in bici che a cavallo. Il cavallo ha una importanza notevole in paese tanto da giustificare la presenza di centinaia di appassionati e proprietari e di due società ippiche. Una di queste, animato da una giovane e capace psicologa assorina, Sibilla Giangreco, si occupa anche della riabilitazione di soggetti con ritardi o con patologie, mediante l’importante contributo psicopedagogico offerto dal contatto uomo animale.

LeonforteLeonforteFoto di Max Sciacca - CC BY-NC-SA 2.0

Lasciamo sulla sinistra le due chiese in cemento, dirigendoci verso la provinciale che collega Assoro a Leonforte, percorrendo la via Gnolfo sino alla piccola rotatoria prima e subito dopo verso l’incrocio con la strada provinciale 7b. Proprio in corrispondenza dell’incrocio, una strada sterrata (via ingui all’inizio di fronte la via Gnolfo) scende con discreta pendenza e pessimo fondo verso l’uscita della anzidetta galleria, che interseca in corrispondenza di una rivendita di materiale edile e centrale di betonaggio. Si prosegue senza indugio con una leggera pendenza,verso una splendida opera d’arte ferroviaria, il così chiamato “dodici luci” un ponte ferroviario in curva a dodici arcate, perfettamente agibile e splendidamente inserito nel paesaggio circostante. La vecchia ferrovia senza esitazione si dirige verso nord ovest, attraversando una piccola e gradevole frazione (Pianetti), un altro ponte ferroviario e superando un casello ferroviario, riconvertito all’uso abitativo con gradevole restauro conservativo raggiunge la periferia di Leonforte, nei pressi dl cimitero.
Il tracciato è ormai pressoché rettilineo e si muove nel tipico paesaggio della gariga siciliana, purtroppo spoglio a causa dei frequenti incendi estivi e dell’abbandono colturale e punteggiato da cespugli di asfodeli e qualche sparuto perastro e rade querce. Dopo esserci immessi sulla provinciale alle porte di Leonforte, superato il cimitero di Leonforte, con sontuose cappelle monumentali, evidente segno di una ricca aristocrazia terriera, ci dirigiamo a sinistra, su sterrato, costeggiando il muro di cinta cimiteriale e dopo poche centinaia di metri a destra lungo una strada campestre, direttamente scavata nel blocco di tufo. In breve superando l’ennesimo casello, elemento di facile identificazione della tratta ferroviaria dismessa, giungiamo al paese e intravediamo in basso sulla destra la vecchia stazione che conserva il suo antico aspetto, malgrado ormai circondata da edifici a destinazione pubblica che hanno occupato il vecchio sedime. Il tracciato, infatti si fermava, quale stazione di testa proprio a Leonforte, non senza avere superato oltre 15 metri di dislivello grazie all’ennesima galleria in curva ed un ponte, ormai ridotto a rudere difficilmente identificabile. La galleria è invece attualmente inaccessibile, in quanto destinata in passato a coltivazione di funghi. Seguiamo la strada ormai asfaltata e tra anonime palazzine ci dirigiamo verso la stazione fortunatamente ben conservata e riportante tutte le scritte identificative delle varie funzioni. L’edificio, tutt’ora imponente conserva i colori originari, un giallo paglierino che ben si accorda con il colore della pietra locale, di cui sono fatti gli stipiti e i davanzali e si è salvato dal degrado grazie all’impiego pubblico voluto dagli amministratori del passato. È questa la meta dell’itinerario, il gradevole abitato di Leonforte, paese di fondazione dei primi del 1600 e feudo dei principi Branciforti, che supera i 13000 abitanti, sebbene forte sia tornata ad essere la spinta emigratoria. Scendendo dall’area della stazione verso il centro storico, una successione di piazze più o meno ampie sembra incrementare l’attesa per la piazza ove hanno sede il convento dei cappuccini, la chiesa madre e il palazzo dei principi Branciforti.

Leonforte, GranfonteLeonforte, GranfonteFoto di Carlo Columba - CC BY-NC-SA 2.0

La licentia populandi, riservata ai fedelissimi della corona, consentì l’impianto della cittadina, in un territorio assai fertile e ricco d’acqua, che prese il nome proprio dallo stemma nobiliare della casata, un forte leone con vessillo. Notevole l’impatto architettonico di questi pregiati edifici realizzati tutti in pietra locale dal gradevole colore giallo rossastro sarebbe però ridotto se non rilanciato dalla sontuosa bellezza della Granfonte o dei 24 cannoli, un imponente edificio di mescita di acque potabili che scenograficamente si pone quale quinta costruita ed animata al ricco paesaggio agricolo retrostante, sormontato dal monte Altesina e dal lago Nicoletti e più in lontananza dalle coltri arboree e forestali dei monti Nebrodi.
Una appagante e fresca bevuta in quello che rappresentava il simbolo dell’opulenza e della potenza dei Branciforti, ci ritempra e fatta generosa scorta ci induce a ritornare verso Assoro, rifacendo la strada dell’andata, che si presenta come la soluzione più tranquilla e sicura per i ciclisti. In breve si giunge alle porte di Assoro, ripercorrendo lo scenografico ponte delle dodici luci, la cui curvatura decisa sembra volerci indirizzare, con un ideale abbraccio verso il sormontante abitato dell’antica Assoro, culminante come per molti paesi dell’entroterra siciliano, nel castello. Giunti all’incrocio con la strada provinciale, dopo avere lasciato sulla destra l’imbocco di quella galleria che conduceva alla vecchia stazione, viriamo verso sud, ormai vicini alla meta del viaggio, il centro storico suggestivo ed antichissimo di Assoro. Il piano della Corte era il luogo dove si sviluppò l’antichissimo insediamento la cui fondazione risale al 1000 a.C. e che fu mantenuto sino al 1000 d.C. In pieno medioevo. Nel 1196 l’abitato viene spostato sul monte stella, dove attualmente si trova e collegato all’antica via mediante una tortuosa e suggestiva strada a tornanti.
La strada è in salita e collega la zona d’espansione posta a valle (pressi della ex stazione ferroviaria) con il nucleo abitato, punteggiato di piccoli edifici di modesta fattura, alternati a grandi e opulenti palazzi e chiese, generalmente posti a corollario di spazi pubblici, slarghi e piazze, secondo un rituale urbanistico tipicamente feudale che vedeva questi luoghi di pubblico assembramento, quale ideale completamento e quinta scenica delle residenze e dei palazzi nobiliari, spesso affiancati ai monasteri e alle chiese di maggiore importanza, a volere sottolineare il ruolo detenuta da questa o quella famiglia. È ricca infatti la storia di Assoro, prima feudo nel medioevo, dal 1400 circa e poi elevata a baronia prima e contea successivamente. La sua storia, come per molti centri della Sicilia, si intreccia fortemente con la corona di Spagna, secondo un’alternanza prima catalana e poi aragonese. La famiglia che ottenne l’importante titolarità territoriale, estesa anche al territorio di Carrapipi e della valle del Dittaino era quella dei Valguarnera, influente casato, che grazie al sapiente e delicato bilico della politica isolano, ottenne la licenza populandi e la fondazione del paese chiamato poi Valguarnera. La famiglia si imparentò con i Grimaldi, parenti siciliani, non meno importanti, di quei principi monegaschi spesso sotto le luci della ribalta, e rivestì un importante ruolo geo-politico, schierandosi militarmente nei primi decenni del 700 con Vittorio Amedeo II del regno Sabaudo. Fu infatti Francesco Saverio Valguarnera e Gravina a interpretare il principale ruolo di capo del corpo guardia personale del re piemontese, arrivando ad assumere il comando delle prestigiose guardie svizzere e divenire, poco prima della morte Vicerè di Sardegna. Successivamente la famiglia, con studiati matrimoni unì il proprio prestigiosissimo casato con quello economicamente trainante degli Alliata e Moncada, celebrati dalla scrittrice Dacia Maraini nei suoi racconti, tra cui la celeberrima Marianna Ucria.

Il nostro arrivo in bici è un tripudio di emozioni per i nostri sensi. I colori, la luce, gli odori della campagna e delle pietanze di origine assorina ancora oggi preparate da sapienti mani femminili, che inondano la miriade di vicoli e stradine di fattezze medievali crea una piacevolissima confusione alla quale non ci vorremmo più sottrarre. La piazzetta Umberto, posta di fronte al comune ci offre uno splendido affaccio sulla sottostante valle e distinguiamo con precisione tutti i rilievi montuosi, facendo vagare la nostra immaginazione verso altre montagne siciliane da esplorare in bici e scorgiamo il monte Altesina, il monte Sambughetti, la catena dei monti Nebrodi o Caronie e quella delle Madonie in lontananza. Alle nostre spalle, verso est su tutto e tutti incombe la regale mole dell’Etna. Il comune di Assoro è ospitato in quello che fu il convento delle Clarisse (badia di S.Chiara) il cui piacevole prospetto si affaccia sulla via Crisa e sulla piazza Marconi. La quinta scenica è notevole ed alterna edifici monastici e religiosi a palazzi nobiliari, come nel caso del celebre palazzo Valguarnera, in tipico stile spagnolo catalano. Legato intimamente a quest’ultime tramite un contrafforte è il prospiciente complesso della Basilica di San Leone, stupefacente chiesa dalla facciata risalente al 1186 d.C, con tetto ligneo con capriate dipinte e finemente intarsiate,costituita da ben cinque navate e tre absidi, caratterizzata all’esterno dai resti di una torre campanaria, oggi con orologio, superstite del rovinoso terremoto del 1693 e di una splendida facciata in gotico siciliano, rimaneggiata e adattata al mutare dei gusti e alle mode successive. Anche in questa basilica, divenuta monumento nazionale dal 1993 sono custoditi dei veri e propri tesori, come le statue di Gagini, una croce da processione in legno ed argento i ricchi stucchi colorati e gli smalti sugli ornamenti dei rifacimenti di matrice barocca, tra cui è possibile individuare riferimenti di carattere islamico (stella a 8 punte in omaggio agli otto angeli che sorreggono il trono di allah e alle 8 porte del paradiso di tradizione araba. Usciamo frastornati da cotanta bellezza condensata in pochi mq, dal portico laterale che fungeva anche da natece, vero e prorpio filtro all’ingresso in chiesa. Commistione quindi di stili ma anche influenze religiose diverse, a testimonianza della complessità della cultura siciliana, frutto dei contributi più disparati ma anche figlia di evidenti contraddizioni.
Dopo poche centinaia di metri, procedendo lungo la stessa strada sulla destra una viuzza a fondo basolato conduce alla zona del castello, ai cui piedi in magnifica posizione, si apre il sagrato della chiesa di Santa Maria degli Angeli, con le sue complesse scalinate a forbice, collegata all’annesso convento, oggetto di un pregevolissimo e piacevole restauro che ne ha donato la funzione alla comunità assorina, garantendogli la possibilità di effettuare convegni e prestigiosi incontri culturali nelle moderne ed attrezzate sale ricavate negli ampi spazi conventuali. In diretta aderenza con le propaggini del convento, il castello, di probabile origine bizantina si erge sulla valle del Dittaino mostrandosi, con le sue residue vestigia, come baluardo di potere temporale ed ambìto presidio militare, ove si sono combattute battaglie, consumati assedi, celebrati matrimoni. Oggi questo bastione che più di ogni altro monumento narra la sovrapposizione culturale, degli stili e il passare della storia, ci saluta triste e fiero, nella nostra discesa verso la stazione di Dittaino, con la segreta promessa di ritornare, proprio grazie a quella incantevole vecchia ferrovia trasformata in efficiente ciclovia, magari nella settimana di pasqua, quando ogni sette anni si svolge la rappresentazione sacra della “fuga in Egitto” dramma liturgico che grazie ai figuranti in costume, coinvolge l’intera comunità assorina in un rito dal profondo significato religioso e popolare con connotazioni pagane.

Roberto Greco e Lucilla Todaro

Roberto Greco, un ingegnere con la passione della bicicletta, con un amore sconfinato per la natura e con la voglia insopprimibile di esplorare, di sperimentare nuovi percorsi, nuove strade, nuove emozioni. Il risultato di quest'equazione è un uomo in perenne viaggio, con gli occhi sempre predisposti alla scoperta: di una stradina da percorrere in bici, della meraviglia di un'orchidea spontanea, del un taglio particolare di un edificio, della bellezza in ogni sua manifestazione.
Lucilla Todaro, dicono che la passione per il viaggio sia determinata da un gene. Se fosse vero, lei ce l'ha. La formazione classica, la passione per l'arte, i miti greci e, soprattutto, la letteratura, ne fanno una viaggiatrice colta e curiosa.

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