La ferrovia del Kaos tra templi e paesaggi Pirandelliani

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La ferrovia del Kaos tra templi e paesaggi Pirandelliani Foto: Roberto Greco

Il caffè è pronto… La sveglia è meno dura questa domenica di inizio novembre. Apro la finestra e come sempre il primo sguardo è per mamma Etna.
Chi conosce la “montagna” sa che guardando i crateri sommitali “u pizzu da muntagna” si può capire l’andamento climatico della giornata. Fuori è leggermente velato ma la sommità è sgombra da nubi… sarà una bella giornata! In fretta e furia ci prepariamo (e Lucilla mi dice: ma come puoi avere l’ansia da partenza anche di domenica per fare una gita?) ed usciamo diretti alla stazione centrale di Catania. La sua architettura neoclassica sembra costituire un punto fermo nel dinamico disordine che caratterizza Piazza Giovanni XXIII, deputata ad accogliere buona parte dei Viaggiatori che transitano dalla bella città Etnea, ospitando lo snodo principale degli autobus urbani e la stazione degli extraurbani, destinati a tutta la Sicilia, buona parte dell’Italia e diverse mete internazionali.
Una piccola e variopinta folla di viaggiatori sciama attorno ai simpatici volontari di treno Kaos, cercando con gli occhi il convoglio che, ci dicono, giungerà dopo gli opportuni controlli di sicurezza, al binario n° 1. Ferrovie Kaos è l’associazione di “cultura ed attività ferroviaria” che per anni si è battuta per impedire l’eliminazione della tratta Agrigento-Porto Empedocle, fino a pochi anni fa utilizzatissima dai residenti dei due importanti centri per spostarsi in assoluta comodità, stante la strategica posizione delle due stazioni, collocate al centro degli abitati. Altro e fondamentale impiego era quello industriale. Le carrozze merci caricavano il salgemma dalla miniera dell’ItalKali e vedere una infrastruttura così importante per lo sviluppo ridotta a ramo secco dalle poco oculate e affatto lungimiranti politiche commerciali dei primi anni 2000 di ferrovie dello stato fa male.

Foto: Roberto Greco

La tenacia dei soci di Ferrovie Kaos ha salvaguardato la linea e la stazione di P. Empedocle, trasformata in un pregevole museo del Treno e posta l’attenzione sulla cittadina agrigentina, porta delle isole Pelagie, vere e proprie perle di natura e baluardi di civiltà nel centro del mediterraneo. Porto Empedocle, la Vigata del Commissario Montalbano, è una città ricca di suggestioni, con un bel porto, un bel lungomare e uno splendido mastio denominato torre del Caricatore, e una luce indimenticabile perfettamente resa negli scritti di uno dei suoi figli più illustri, il celebre Andrea Camilleri e sarà la meta del nostro viaggio.
Finalmente il treno storico giunge al primo binario come previsto, e seguendo le prenotazioni ed i nominativi i passeggeri pian piano prendono posto nei posti assegnati. La composizione del treno è entusiasmante per gli appassionati dei vecchi rotabili, 5 carrozze in totale, di cui 4 centoporte con la caratteristica livrea castano isabella, una vettura bagagliaio con medesima colorazione anni ‘60, abilmente attrezzata a bar ambulante e una più confortevole carrozza in classica livrea grigia degli anni ‘70. Completano il convoglio il glorioso locomotore elettrico E636 e un locomotore diesel, per garantire la trazione nei tratti sprovvisti di elettrificazione (tratta Agrigento-P.to Empedocle). Il convoglio si inizia a muovere ed inizia un viaggio nel viaggio,con la conoscenza degli altri partecipanti alla gita, impegnatissimi a fare foto, a scambiarsi impressioni di viaggio, ad ammirare scorci incantevoli e suggestive visioni della piana di Catania, inondata da un sole di rara purezza. Il cielo è blu cobalto e fa da incredibile cornice per la mole dell’Etna e per la bella successione di bastioni e palazzi storici che si affacciavano direttamente sul porto di Catania, prima della costruzione degli archi della marina, su cui transita il nostro treno.
Grande è lo stupore dei nostri compagni di viaggio, non abituati a spostarsi verso Siracusa o Palermo in treno (la tratta è inizialmente la stessa sino alla diramazione per Lentini), nel godere dall’alto della città storica, della cattedrale di Catania che ospita le reliquie della veneratissima S. Agata, il suo prezioso e ricchissimo busto reliquiario e il fercolo realizzati in argento massiccio ed arricchiti con pietre incastonate, brillanti e preziosi di ogni tipo, ricevuti dai numerosi devoti, per grazia ricevuta… La cattedrale proprio dal suo lato sud mostra la sua ricca e complessa genesi e storia, lasciando trasparire le mura normanne, sovrapposte ai precedenti resti greco-romani. Il suo intero impianto è posato, per così dire, sulle Terme Achilliane, visitabili su prenotazione e la mancanza di una torre campanaria, crollata a seguito del disastroso terremoto, la rende ancora di più una cattedrale “atipica”. Il palazzo dei principi di Biscari, con le sue decorazioni del tardo barocco siciliano, portano alla mente le scene gattopardiane del gran ballo immortalato nel famoso film di Luchino Visconti che fu girato nei suoi sfarzosi saloni, tutt’oggi visitabili e spesso sede di convention o più prosaicamente affittati per matrimoni e feste.
Il nostro convoglio entra in galleria e percorre un lungo tratto, passando sotto il castello normanno di Federico II di Svevia, vero simbolo della città insieme al piccolo elefantino, lasciato in città da Annibale, come vuole la tradizione, supera così il cuore popolare della città, quell’antico corso oggi rinominato via plebiscito, che profuma di odori antichi, di cibo di strada, di tradizioni dure a morire, di carne di cavallo arrostita in strada mischiata a rombanti scooter e smartphone di ultima generazione. Anche questa è Catania.

Foto: Roberto Greco

Il treno si allontana dalla città, lasciandosi alle spalle l’Acquicella e la sua stazione; in breve il paesaggio urbano si dirada e lascia il passo a grosse fattorie dal curioso disegno concluso. Sono i bagli, vere e proprie masserie fortificate, raramente con aperture sull’esterno eccezion fatta per il grande portone d’ingresso, spesso sormontato dall’abitazione padronale, posta a parecchi metri dal piano di campagna e per questo, di fatto, irraggiungibile dall’esterno. La motivazione dietro l’edificazione di questi piccoli fortilizi, va ricercata nel periodo buio che si successe tra la fine del 700 e buona parte dell’800, quando le campagne siciliane erano oggetto di vere e proprie scorrerie di predoni locali e... d’importazione. L’interno è un tripudio di forme, di colori e anche di odori. Ampie balconate della parte padronale sono raggiunte da sontuosi scaloni a due accessi contrapposti, molto scenici e ricchi negli ornamenti, proprio a dimostrare l’importanza del casato di appartenenza. Le stalle, le cucine, i grandi saloni padronali, gli alloggi della servitù, tutto ha un preciso ordine gerarchico ed una collocazione. Niente è lasciato al caso. Tutto è preordinato e spiega con un solo colpo d’occhio quella vita dei campi narrata con grande accortezza e veridicità da Giovanni Verga. Anche l’Etna, dalla mole incombente inizia a sparire all’orizzonte, lasciando il posto alle propaggini degli Erei, i monti del centro Sicilia, dove sono state scritte pagine di storia lunga quasi 4000 anni.
Il treno del Kaos non effettua fermate intermedie, eccezion fatta per alcuni centri principali come Enna, Caltanissetta e chiaramente Agrigento. L’accoglienza della popolazione, di semplici curiosi o di parenti dei viaggiatori a bordo delle carrozze è festosa. All’interno degli scompartimenti si intrecciano i discorsi; le tematiche sono le più disparate e si passa dalle ricette di cucina, (di cui alcune tramandate da vere e proprie tradizioni familiari, altre come varianti sul tema) ai discorsi ipertecnici di grandi appassionati di ferrovie, rotabili (conosciuti in gergo come materiali), infrastrutture e treni in generale, ai più rilassati e ameni commenti di veri e propri cultori del paesaggio, affascinati dalla mutevolezza del paesaggio siciliano, così cangiante nei suoi colori, così diverso da un luogo all’altro. In lontananza si succedono i poggi, alti e quasi inaccessibili rilievi sormontati da castelli e torri di guardia, vero e proprio segno del paesaggio siciliano dell’entroterra come della costa con la rete delle torri d’avvistamento (anti) saracene.

Foto: Roberto Greco

Tra una chiacchiera e l’altra giungiamo ad Agrigento,l’antica Akragas, colonia greca di origine Gelese, definita in antichità ""la più bella città dei mortali", la cui peculiarità è data proprio dalla presenza diffusa di templi in perfetto stato di conservazione e dalla calda colorazione della pietra di cui sono costruiti. La loro posizione, rispetto al sole e ad altri elementi naturali fa comprendere subito quali raffinati costruttori fossero i greci, ma al contempo stride con un diffuso abusivismo presente proprio nell’area sacra templare, che difficilmente sarà estirpato. Lucilla nota la meravigliosa punteggiatura data dagli ulivi, il cui colore verde cinereo fa da contrappunto al rosso intenso della terra e al verde delle viti, che da poco hanno portato a compimento il proprio periodico ruolo di produttori di deliziosi frutti e nettarino succo. La cultura della vite e del vino hanno tradizioni antichissime e non è difficile immaginare quei filari piantati negli stessi medesimi luoghi 2500 anni prima.
Le splendide carrozze 100 porte si fanno ammirare, anche a causa delle basse velocità che si devono tenere tra le stazioni di Agrigento e Porto Empedocle, dove i volontari di Ferrovie Kaos assistiti dal personale viaggiante FS sistematicamente bloccano il traffico delle strade che incrociano la strada ferrata e abbassano le sbarre dei passaggi a livello. L’arrivo a Porto Empedocle, accolti da un bel sole e dalla festa organizzata da Ferrovie Kaos, è un vero sollievo per i tanti viaggiatori delle carrozze storiche più antiche, le suddette centoporte, splendidamente restaurate, ma pur sempre con sedute lignee davvero dure.
Visitiamo il piccolo museo della ferrovia ben allestito e gestito dai soci iperattivi di ferrovie Kaos, all’interno di alcuni locali della stazione. I rotabili, sono frutto del grande lavoro dei soci palermitani dell’altra grande associazione di amici della ferrovia siciliani, di Palermo, che hanno recuperato le carrozze e i rotabili, comprese le motrici, con i colori e le finiture originali del tempo. La stazione ci racconta la storia della grande rete ferroviaria siciliana che proprio da Porto Empedocle cambiava mezzo e scartamento ferroviario ridotto, conducendo verso Castelvetrano e successivamente per l’entroterra montuoso della Valle del Sosio o verso Mazara e Trapani.

Foto: Roberto Greco

La città che ha dato i natali al grande scrittore Camilleri, padre dell’ormai strafamoso Commissario Montalbano, e che in molti chiamano Vigata è Porto Empedocle, da cui ci si imbarca per Lampedusa e Linosa, veri gioielli in un mare di rara bellezza e purezza, che ospitano colonie di ucccelli ormai rari, due riserve marine e la famosa spiaggia dell’isola dei conigli, dove nascono le piccole tartarughe marine. Una bellissima passeggiata per le vie luminose del centro storico prima e del lungomare poi ci predispongono ad uno splendido spuntino con vista mare e sulla torre difensiva di Carlo V°; le spiaggie dorate e le acque cristalline di una delle più belle coste del mediterraneo.
La nostra giornata volge al termine, non senza quella che sarà il vero clou della gita. Un fischio del capotreno annuncia la imminente partenza del treno, sono le 15,00, ed il nostro colorato convoglio si dirige verso la zona dei templi. il treno sosta in aperta campagna. Vi è una fermata, una semplice pedana accanto al binario, chiamato del tempio di Vulcano, dove scendiamo senza indugio con una bellissima luce che inonda la campagna con colori caldi, un cielo blu zaffiro, come solo l’autunno siciliano può riservare. Le guide del Giardino di Kolymbetra ci accolgono in quello che senza timore di smentita può essere definito uno dei giardini storici più belle d’europa. Antichissimo sito, oggi gestito e riportato all’antico splendore dal FAI, fondo dell’ambiente italiano, vero tripudio di odori, colori, coacervo di emozioni, oggetto di un profondo restauro vegetazionale, idraulico, archeologico iniziato nel 1999, che ha fatto emergere spazi ipogei ormai sepolti, ha restituito dignità ad ulivi pluri secolari e contorti mandorli. La Kolymbethra era una grandissima vasca costruita nella roccia alimentata da diverse sorgenti che confluivano nella vasta depressione incastonata nell’area centrale della valle dei Templi. Gli antichi abitanti delle colonie greche e successivamente i romani giungevano a questo luogo per rinfrescarsi, come per la pesca di specie ittiche sottoposte ad acqua cultura con successive modifiche ad opera di arabi, normanni, ecc che conducono all’attuale assetto, con zone arboree con tematismi vegetazionali.
Un ultimo passaggio su un ruscelletto dalle acque cristalline e il successivo sentiero scavato nella roccia porta al promontorio, baciato dalla luce del tramonto e si comprende il significato delle parole di Goethe che rimase letteralmente folgorato dalla bellezza dell’isola più grande del mediterraneo, un continuum di paesaggi la cui varianza lascia tutt’oggi senza fiato. L’area archeologica di Giove olimpico e del tempio di Castore e Polluce è veramente emozionante, la sua roccia calcarenitica si colora di un caldo rosso dovuto alla particolare inclinazione dei raggi del sole del tramonto sul mare di Sicilia, e la possibilità di vedere in contemporanea la dolcezza della campagna agrigentina, lo sfondo del luccicante mare mediterraneo e il sormontare severo delle splendide rovine dei templi lascia attoniti. La salitella pedonale che conduce alla fermata ferroviaria la facciamo mestamente, abbracciati ed appagati da tanta bellezza, nella quasi completa oscurità del crepuscolo con un mezzo non solo metaforico di ri-scoperta di una Sicilia non più dimenticata, un vecchio sfavillante treno storico.

Roberto Greco e Lucilla Todaro

Roberto Greco, un ingegnere con la passione della bicicletta, con un amore sconfinato per la natura e con la voglia insopprimibile di esplorare, di sperimentare nuovi percorsi, nuove strade, nuove emozioni. Il risultato di quest'equazione è un uomo in perenne viaggio, con gli occhi sempre predisposti alla scoperta: di una stradina da percorrere in bici, della meraviglia di un'orchidea spontanea, del un taglio particolare di un edificio, della bellezza in ogni sua manifestazione.
Lucilla Todaro, dicono che la passione per il viaggio sia determinata da un gene. Se fosse vero, lei ce l'ha. La formazione classica, la passione per l'arte, i miti greci e, soprattutto, la letteratura, ne fanno una viaggiatrice colta e curiosa.

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