Montagne imponenti, valli incontaminate, panorami sconfinati di cui non si vede la fine e nei quali, per chilometri e chilometri, non si incontra anima viva, animali liberi al pascolo, aria tersa e cieli di un azzurro brillante.

MongoliaLa catena dei Monti Altai (Foto: Rossana Cintoli)

La Mongolia con i suoi circa 3 milioni di abitanti concentrati per quasi la metà nella capitale Ulan Baator, in un territorio vastissimo, è il paese con la più bassa densità di popolazione al mondo. In un territorio ostile coperto di steppe montagne e deserti, con un clima freddo, un terzo della popolazione è dedita all’allevamento e pratica il nomadismo.
Il nostro viaggio si è snodato tutto nella regione dei monti Altai, all’interno nella provincia di Bayan Olgii e quelle limitrofe. Basta lasciare la città per sentirsi immersi in una dimensione insolita fuori dal mondo e fuori dal tempo. Montagne imponenti, valli incontaminate, panorami sconfinati di cui non si vede la fine e nei quali, per chilometri e chilometri, non si incontra anima viva, animali liberi al pascolo, aria tersa e cieli di un azzurro brillante. Rare tracce di umanità di tanto in tanto con qualche gher o qualche piccola casa di legno, con il fumo delle stufe che sale verso il cielo limpido per scaldare i lunghi e freddissimi inverni e le tiepide estati. Rare sono, in questa terra, le giornate di pioggia che facilmente si trasformano in neve e ammantano di bianco le montagne e le pianure. Viaggiare in questo paese in cui ci sono luoghi in cui la civiltà sembra non voler arrivare, offre la possibilità di vivere un’esperienza fuori dal comune e la durezza e la difficoltà di un viaggio che per lunghi tratti non può offrire alcun confort, vengono ripagate con la vastità, col silenzio e con la solitudine pieni di ricchezza inaspettata.

MongoliaIl fiume Tsagaan-Gol (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaMongolia: spazi infiniti (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaNessuna strada, nessuna indicazione (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaGli UAZ 452 (Foto: Rossana Cintoli)

In buona parte di questa sconfinata nazione non esistono strade ma solo disagevoli piste prive di qualsivoglia indicazione e percorribili con mezzi 4x4, i mezzi più comuni sono infatti i mitici e spartani furgoni russi a trazione integrale UAZ 452 condotti da autisti esperti sempre armati di cacciaviti e chiavi inglesi per gli interventi d’emergenza sui vecchi ma indistruttibili motori.
Nella regione nord-occidentale del paese, nella zona della catena montuosa dei monti Altai, si concentrano le minoranze etniche Tuva e Kazake che per motivi geografici hanno maggiori contatti con le regioni confinanti russe e cinesi piuttosto che con le altre popolazioni mongole. Anche loro si dedicano alla pastorizia transumante e se durante l’inverno si rifugiano in case di case di legno, in estate migrano verso i pascoli di montagna vivendo nelle tradizionali capanne circolari denominate gher con le quali, all’occorrenza, si spostano di pascolo in pascolo. I tempi della loro vita sono scanditi dai ritmi della natura; si alzano al levar del sole e si ritirano al tramonto; gli uomini si occupano degli armenti che portano al pascolo e alle donne toccano instancabili giornate che cominciano con la mungitura e proseguono con la cura della famiglia e con la cucina fatta con quel poco che hanno a disposizione, una vita dura vissuta al ritmo lento del respiro della loro terra.

MongoliaGli UAZ 452 non temono i guadi (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaPonte di legno sullo Tsagaan-Gol tra i laghi Hoton e Khurgan (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaUna donna nomade impegnata nella mungitura (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaLa mungitura presso un campo nomade di etnia Tuva (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaNel Tavan Bogd National Park (Foto: Rossana Cintoli)

Tra la popolazione di etnia Kazaca è ancora viva la tradizione della caccia con le aquile. In questi territori impervi e difficilmente raggiungibili è rimasta intatta questa tradizione di caccia millenaria che viene praticata ancora oggi dai burkitshi, fieri depositati di questa arte che viene tramandata di padre in figlio. Le aquile, che vengono addestrate fin da piccole dopo essere state sottratte dai loro nidi, sono scelte tra gli esemplari femmina per via delle maggiori dimensioni e per la loro indole più aggressiva che le rende migliori per la caccia rispetto agli esemplari maschi. In questa lunga fase di preparazione esse diventano un membro della famiglia trasformando le loro abitudini e abituandosi a vivere con l’uomo e condividendo con lui spazi e usi; tra loro e il cacciatore si instaura quindi un legame forte con un rapporto quasi simbiotico grazie al quale questo imponente volatile (gli esemplari adulti pesano circa 12 kg) si lascia condurre senza ribellione. Tra uomo e animale esiste un patto di caccia e le prede catturate vengono divise equamente, all’uomo le pelli e all’aquila le carni. Dopo nove-dieci anni di caccia a servizio dell’uomo i rapaci vengono lascati liberi e tornano alla vita selvaggia.

MongoliaUn piccolo gruppo di gher si affaccia sul lago Dayan (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaLe ricetrasmittenti sono alimentate da pannelli solari (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaL'addestramento delle aquile inizia molto presto (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaL'aquila diventa parte del mondo del cacciatore (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaUomo e aquila: al di là della mutua collaborazione (Foto: Rossana Cintoli)

Non ci sono solo le Aquile. Un rapporto privilegiato è anche quello che questi uomini creano con i cavalli sempre presenti nelle mandrie che circondano le gher. I cavalli mongoli, piccoli, forti e instancabili sono stati da sempre fieri compagni di viaggio, di caccia e di battaglia sin dai tempi di Gengis Kaan. Ogni cavaliere mongolo confidava nel suo cavallo per raggiungere il cielo dopo una morte eroica. Anche in tempi meno bellicosi questo legame è rimasto inalterato nell’anima mongola e il detto popolare “un mongolo senza cavallo e come un uccello senza ali” rende chiara la forza e il significato di questa simbiosi. Nel mese di settembre i cacciatori abbandonano le loro Gher e il loro bestiame per radunarsi vicino alla città di Bayan Ulgii, vera e propria città di frontiera, dando vita al “festival delle Aquile” dove si esibiscono mostrando le loro doti di cacciatori e addestratori di aquile e cimentandosi in giochi di equitazione.
Tra questi il più spettacolare è il buzkashi (detto anche kokpar) è un "gioco" di antica tradizione mongola di che in altre nazioni dell'Asia centrale è un vero e proprio sport nazionale (Kazakistan, Afghanistan). Letteralmente significa "acchiappa la capra" dove appunto, una carcassa di capra senza testa, viene contesa tra due cavalieri. Nella contesa è concesso più o meno tutto anche colpire col frustino il cavaliere avversario o il suo cavallo, spintoni e strattoni sono ordinaria amministrazione. Vince chi riesce a sottrarre la capra all'avversario.
Quanto resisterà ancora tutto questo non si può sapere; i giovani non amano questa vita e sono sempre di più quelli che se la lasciano alle spalle per spostarsi nella moderna Ulan Bator. Prima che la civiltà porti questi uomini e queste donne lontani dalle loro tradizioni verso una vita meno dura e prima che questo legame con aquile e cavalli venga definitivamente perso per lasciare spazio al solo intrattenimento turistico, questo sarebbe un viaggio da non perdere. Un viaggio di pochi giorni non può certo bastare per capire come sia la vita in questi luoghi e come, in questi tempi, tutto ciò sia ancora possibile ma vivere anche per poco quello che questo isolamento ha conservato non vi lascerà delusi.

MongoliaLe montagne fanno da cornice alle battute di caccia (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaL'ultima caccia prima del tramonto (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaNon si può dire che la caccia è una cosa per soli uomini (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaCavalieri mongoli si cimentano nel kokpar (Foto: Rossana Cintoli)
MongoliaIl vincitore della sfida festeggia (Foto: Rossana Cintoli)

Rossana Cintoli è nata a Roma nel 1961, sposata con due figlie, vive in provincia di Viterbo e svolge la sua professione di ingegnere presso un ente che si occupa di protezione ambientale. Si avvicina alla fotografia negli anni 80 praticandola con continuità a livello amatoriale. Da alcuni anni ha cominciato a coniugare questa passione con l’altra passione, quella dei viaggi e la scoperta di luoghi e popolazioni dai costumi, dalle abitudini e tradizioni lontane dai nostri modelli di vita e di società. La fotografia è diventata il mezzo per fissare la memoria delle esperienze e delle sensazioni vissute nel contatto con il diverso.
Ha affinato la propria tecnica fotografica grazie a fotografi professionisti e di reportage frequentando corsi e workshop fotografici senza dimenticare di utilizzare negli scatti il proprio punto di vista. Ha esposto le proprie fotografie in mostre collettive e ha partecipato con buon riscontro a concorsi e contest nazionali e internazionali.

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