Chi, un bel giorno, decide di alzarsi dalla sedia e di mettersi a correre non inizia solo a praticare uno sport entusiasmante, ma cambia anche la sua vita. Questo è il messaggio che Daniele Barbone, imprenditore e runner, trasmette nel suo libro.

Daniele Barbone: Runner si diventa

Superatleti si nasce? Si, se associamo il termine a campioni dello sport. Nessun maestro di tennis potrà impostare il dritto di un ragazzino pur smanioso di imparare fino a farlo avvicinare a quello di Roger Federer. Con adeguati allenamenti un aspirante calciatore potrà migliorare sul piano fisico, tattico e mentale, ma in modo marginale in quanto alle qualità di base. Come neppure intere giornate di potenziamento in palestra ed estenuanti allenamenti di potenza lattacida in pista possono incidere sulle fibre muscolari al punto di trasformare un discreto velocista in un eccellente sprinter. Nessun training sviluppa il talento; lo si allena, il talento, affinché si forgi e si affini. Questo vale sia per gli sport di squadra che inidviduali. Per intenderci, un fenomeno della velocità quale è Usain Bolt, allenato a puntino strapazza, come ha fatto, i primati mondiali della specialità e, se non si distrae allo start, corre in scioltezza i 100 metri piani nell’ordine di 9 secondi e mezzo o poco più; dedito più a coltivare i propri hobbies e fare da testimonial agli sponsor è comunque in grado di correre i 100 metri piani in 10 secondi netti, risultato cronometrico che in molte annate non viene fatto segnare da nessun europeo, asiatico ed australiano. Al tempo stesso, uno sprinter rodato che corre i 100 metri in 11 secondi, anche se affidato ad allenatori illuminati difficilmente potrà avvicinare il muro dei 10 secondi.
Il nostro corpo è invece in grado di adattarsi in modo sorprendente agli stimoli allenanti delle attività di resistenza organica. Se preparato a dovere, cioè in modo progressivo e costante, il nostro apparato cardiologico è in grado di reggere l’urto di sforzi sempre più prolungati. Al tempo stesso, le nostre fibre muscolari, così pigre ad assorbire gli stimoli delle esercitazioni di potenza (farci correre, nuotare o pedalare più veloci, essere più scattanti o farci saltare più in alto, ecc.) sono in grado di reggere il peso di esercizi di durata sempre più prolungata. Questo significa che, se da un canto il nostro fisico pur ben stimolato ci consente miglioramenti non così decisivi in ordine a correre, pedalare, nuotare, eccetera con maggiore velocità, sul versante della resistenza i margini di miglioramento sono impressionanti. Tutt’altro che letterari soni i casi di adulti che approcciano la bicicletta o la corsa a piedi alle soglie dell’età pensionistica e, in breve tempo, sono in condizione di percorrere chilometraggi di un certo rilievo, talvolta partecipando a competizioni davvero sfidanti: del tipo, gare ciclistiche di oltre 200 chilometri oppure, nel podismo, i fatidici 42 chilometri e 195 metri di una maratona.

Sono, costoro, superatleti che troppo tardivamente hanno realizzato di possedere qualità che in gioventù avrebbero consentito loro una vita sportiva di vincenti assoluti? Potenziali campione mancati? No. Si tratta semplicemente di persone determinate che, partendo ognuna da differenti qualità di base, hanno saputo esprimere, ognuna al proprio livello, doti di resistenza innate a tutti.
Perché lo sport di resistenza è alla portata di tutti. Va precisato, tutti i soggetti che non abbiano particolari patologie cardiache e, ovviamente dell’apparato locomotore, per quanto il nuoto si sottragga in parte a questo secondo limite. La scienza ci è venuta incontro precisandone le ragioni, come ben spiega il prof. Pietro Trabucchi (“Tecniche di resistenza interiore”, edizione Mondadori). I nostri lontani antenati erano costretti a procurarsi il cibo cacciando prede più veloci e potendo contare solamente su armi rudimentali, quali improbabili bastoni; oltretutto, in un territorio, quello della savana africana, inadatto a creare sbarramenti per incanalare le prede e imprigionarle. L’unico modo di vincere la sfida, alla quale era legata la sopravvivenza, era inseguire le prede ad oltranza. Dotate di un impianto di ventilazione meno funzionante di quello degli ominidi (anche a causa del pelo), dopo inseguimenti che potevano durare anche molti giorni le prede entravano in ipertermia, andavano cioè incontro ad un innalzamento eccessivo della temperatura corporea, che nei vertebrati conduce a malfunzionamenti del sistema nervoso, fino anche alla morte. La caccia in questo modo si concludeva con successo. Pur nell’evoluzione, l’organismo umano ha ereditato l’attitudine allo sforzo prolungato che i nostri antenati avevano dovuto temprare. Ecco perché gli adattamenti alla resistenza organica sono naturali per l’uomo. E chi, parliamo di soggetti sani, asserisce di non aver predisposizione a sport di resistenza in realtà afferma una verità destituita di fondamento che, in molti casi, sottende solo a giustificare una innata pigrizia.

Daniele Barbone© Mauro Cottone

Come un sedentario possa sviluppare in poco tempo una inusitata resistenza organica ce lo racconta Daniele Barbone. Quarantatre anni, imprenditore di successo, una vita iperattiva ma di relazioni, riunioni, viaggi di affari; scrivania e computer. Sport? Solo quello visto in TV, fino a 5 anni fa. Fino ad una pausa dal lavoro per le Festività natalizie che si trasforma in una girandola di tavolate conviviali. Qui sorge il desiderio, quasi una necessità, di uscire di casa e fare qualche passo per combattere il senso di pesantezza. Siamo prossimi al Capodanno del 2009. Indossate un paio di scarpe e una tuta, Daniele opta per una corsetta, ben presto però interrotta dall’affanno. Dopo soli 3 mesi, però, è al via della Stramilano half marathon. Da zero a 21 chilometri e 97 metri, mica poco, in 90 giorni di allenamenti discontinui e non pianificati. Entusiasmo, benessere, gusto per la competizione ed ecco, un paio di anni più tardi, l’approccio con il mondo delle maratone, e qui i chilometri diventano 42 e rotti. Ma a Daniele non basta, gli stimoli lo inducono a mettere in programma la partecipazione ad una ultramaratona: niente meno che una gara di 100 km nel deserto. Così, ad aprile 2014, a 5 anni o poco più dall’essere stato un brillante manager sedentario, Daniele Barbone affronta e porta a compimento l’impresa tutt’altro che trascurabile di correre la massacrante 100 chilometri del Sahara.
Un superatleta? No. Intendiamoci, correre sfidando le insidie climatiche di un deserto non è alla portata di chiunque. Occorre possedere una salute granitica, non solo dal punto di vista cardiaco, ma anche un apparato metabolico ed endocrino perfettamente funzionanti. E, vale la pena di aggiungerlo, seguire un programma di allenamento specifico, che contempli adattamenti non solo a percorrere lunghe distanze, ma anche a sopportare la calura e altre insidie. Correre nel deserto è, insomma una sfida estrema per le innumerevoli complicazioni metereologiche, fisiche e mentali alle quali si va inevitabilmente incontro. Daniele ne è uscito vincitore, perché portare a termine una gara di corsa lunga 100 chilometri nel deserto è una vittoria, a prescindere dal piazzamento e del riscontro cronometrico. Con questo, Daniele Barbone non è un superatleta, un fuoriclasse del running scopertosi tardivamente. Daniele ha semplicemente enfatizzato la capacità di un essere umano, sano, di sviluppare in un tempo ragionevolmente breve gli adattamenti fisiologici necessari per produrre sforzi prolungati, che derivano dal patrimonio genetico che i nostri lontani antenati ci hanno tramesso. E Daniele Barbone ha voluto lasciare una testimonianza dei suoi 5 anni di approccio al mondo dell’endurance podistico in un volume recentemente pubblicato da Corbaccio: Runner si diventa, sottotitolo Dall’Ufficio al deserto.

Daniele, galeotto fu un Natale particolarmente impegnativo. Esattamente. Un vortice di riunioni conviviali! Ma non solo, abituato ad una vita frenetica, l’improvvisa inattività, ovviamente con il concorso delle molte ore trascorse a tavola, mi aveva intorpidito il corpo ma anche la mente. D’istinto, provai il desiderio incontenibile di uscire di casa per liberarmi da quel letargo e di farlo come avevo visto molta gente che conoscevo. Correre. Non ci avevo mai provato prima, quindi non possedevo neppure una attrezzatura adeguata. Recuperai un paio di scarpe ginniche e una tuta e mi avviai con passo lento, ma determinato. Riuscii a corricchiare un paio di chilometri, ansimando come un cavallo. Avendo sottovalutato l’impegno, avevo seguito una direzione in linea retta e pertanto, esaurite le energie, mi toccò di far rientro a casa camminando. “Io non lo farò mai più” era il pensiero che mi faceva compagnia in quel mesto ritorno. A casa, uscii dalla doccia con ben altra riflessione: “Non posso accettare questa sconfitta in un modo così avvilente”.

Da runner, ti confesso che il mio approccio non è stato più entusiasmante: sono entrati in gioco orgoglio e determinazione, quindi. Si. Le uscite successive in realtà non mi avevano regalato soddisfazioni migliori. Ma dopo qualche settimana iniziai ad allungare il tiro, riuscivo a percorrere qualche chilometro in più e rientravo a casa galvanizzato dai miglioramenti. A quell’epoca abitavo a Novara ma avevo già un’attività a Milano, conoscevo l’esistenza della Stramilano, forse la manifestazione podistica più partecipata d’Italia: quando vidi le locandine non resistetti dall’iscrivermi. Optai per la distanza più lunga, la mezza maratona.

Era il 5 aprile del 2009. Come andò? Prima della partenza ero emozionatissimo. Per la prima volta nella mia vita indossavo un pettorale, mi misuravo contro il cronometro ed ero circondato da migliaia di persone che avrebbero corso con me. Abituato quotidianamente alle sfide del lavoro, le vivevo oramai con disinvoltura. Qui era una sfida tutta nuova. Interpretai la gara in modo molto prudente, per incoraggiarmi prefissai nella mente traguardi intermedi: suddivisi in percorso in 3 frazioni, mi aiutava a infondermi coraggio. Ogni frazione era una sorta di traguardo intermedio. L’arrivo della Stramilano, come sai, è posto in un luogo culto dell’atletica leggera, l’Arena di Milano. Ad aspettarmi, insieme a migliaia di persone, c’era mio figlio. Trattenni a lungo lacrime di felicità.

Hai fatto cenno alle sfide quotidiane del lavoro. Nel libro dedichi molto spazio alla tua evoluzione professionale. Mi è parso importante nel libro raccontare di me, raccontarlo a chi sostiene che l’essere molto impegnato nel lavoro e nella vita in genere costituisce un impedimento per la pratica sportiva quotidiana. La mia è una storia di studi interrotti, poi ripresi con sacrificio e portati a termine parallelamente al lavoro. A seguire, una fortunata carriera manageriale, fino alla svolta: la decisione di avviare una attività tutta mia, a Milano. Opero nel settore della green economy ma mi occupo anche di formazione. Una vita professionale stimolante, quanto impegnativa. Viaggi, riunioni, giornate di lavoro talvolta interminabili. Una vita frenetica, ma sostanzialmente sedentaria fino a Capodanno del 2009. Pur rapito dalla corsa, non ho distolto tempo ed energie alla mia attività professionale; la corsa mi ha dato il modo di ottimizzare il mio tempo per incastonare un’oretta di corsa ogni giorno o quasi. Se ci sono riuscito io, possono farcela tutti. Runner di diventa. A quale livello lo decidono i nostri cromosomi e la nostra determinazione. Ma una volta diventati runner si comprende come sia gratificante e salutare concedersi la corsetta quotidiana in solitudine, oppure condividere la passione con altri che corono al parco o nelle strade vicine a casa. Si comprendono i benefici della corsa sul nostro corpo, non solo in senso estetico. Proporsi obiettivi sfidanti come partecipare ad una maratona e andare anche oltre è poi un discorso soggettivo, correlato al desiderio di mettersi alla prova. Ci sono eccellenti runner che non hai mai corso una maratona.

Dopo la Stramilano? La corsa mi era entrata sottopelle. Correre è ben presto diventata una necessità. Avevo iniziato a provare quelle sensazioni di benessere delle quali avevo letto e sentito parlare. L’esercizio aerobico prolungato stimola l’ipofisi alla produzione di endorfine. Ho scoperto quanto fosse vero e terapeutico: correre è diventata la mia valvola di sfogo, il mezzo attraverso il quale bruciare rancori e tristezza, consolidare la mia tenacia e le mie convinzioni. Anche oggi corro prevalentemente da solo, perché considero la corsa un momento chiave della mia giornata, dedicato alle riflessioni, nel quale sovente trovo anche soluzioni che magari ho cercato invano nella giornata di lavoro.

Poi si viene rapiti dal fascino della maratona. La corsa mi aveva regalato benessere e migliorato il mio approccio alle giornate di lavoro. Ma nella mia indole c’è il gusto per la sfida. Dopo il primo anno di allenamenti solitari e qualche garetta di paese fui stimolato dall’idea di iscrivermi ad una maratona. Sapevo che per portarla a termine avrei dovuto integrare le mie sgambate, trasformarle in un vero piano di allenamento. Non amo improvvisare e mi sono avvalso dei consigli di esperti. Il debutto fu alla Maratona di Firenze del 2010, che conclusi in 4 ore e 28 minuti. Poi alzai l’asticella: l’obiettivo era di correre in sequenza le big five, le cinque maratone più importanti del mondo: iniziai con Berlino, a settembre 2011, le altre quattro sono Londra, Boston, Chicago e New York. Non avevo fatto i conti con l’uragano Sandy che obbligò gli organizzatori ad annullare la New York City Marathon del 2012, a meno di 36 ore dallo start. Una delusione per tutti i 50 mila maratoneti che, come me, accolsero la notizia quando erano già sul posto. Il mio obiettivo di correre le big five era sfumato. Ma solo rimandato all’anno successivo.

Daniele Barbone

E poi hai allungato. Portato a termine il progetto di tagliare il traguardo delle maratone più importanti del pianeta fui stimolato da nuove avventure. Oramai conoscevo bene il mondo della corsa, il calendario delle competizioni. Il deserto era per me un richiamo forte. Così decisi di iscrivermi ad una gara estrema, la 100 km del Sahara. Lo sport estremo a mio avviso non deve essere incoscienza. Se tu non conosci il tuo limite prima o poi paghi dazio. Occorre avere la consapevolezza di se stessi. L’aver corso svariate maratone senza contraccolpi fisici mi aveva rassicurato circa l’impresa di partecipare ad una competizione di quella portata, in autosufficienza, il che significa correre con uno zaino con alcuni litri di acqua sulle spalle. Anche qui mi sono avvalso di gente esperta che ha pianificato la mia preparazione. Un mese prima della gara, era marzo del 2014, ho fatto un test correndo la maratona di Roma, città dove ho completato gli studi e vissuto dal ’92 al ’96.

Il deserto, un posto senza nome, hai scritto. Il fascino del deserto è inconfutabile, me lo sono gustato fino in fondo. Il campo base della manifestazione era nell’oasi tunisina di Ksar Ghilane, alle porte del Grande Erg Orientale. La località più vicina, Matmata, a 100 km di distanza. Sopra, un manto di stelle o un manto di fuoco. L’organizzazione, perfetta, della gara è italiana, ma vi partecipano runner di tutto il mondo. Ognuno con la sua storia di sfide sportive vinte e perse. Neofiti come me e veterani di competizioni estreme e non. Per compagni di tenda avevo Migidio Bourifa, Alessandro Lambruschini e Claudio Cappucci, atleti noti anche a chi non segue lo sport con passione. Veterani e non, atleti di livello e non, tutti sullo stesso piano perché correre nel deserto è fatica elevata all’ennesima potenza: sabbia, sole, dune, vento e 100 km (che avremmo poi scoperto essere quasi 110) da percorrere, suddivisi in quattro tappe distribuite su 3 giorni. Durante la corsa la sofferenza è comune, perché il deserto non fa sconti a nessuno. Ma è così anche nell’intervallo tra le varie tappe: chi soffre per la disidratazione, chi per i piedi malconci. Sul tracciato ti può capitare di superare un campione vinto dalla calura o da un infortunio. Al traguardo finale la gola mi bruciava, gli occhi piangevano per la fatica e l’emozione. I miei pensieri sono andati immediatamente alle persone a casa che da qualche giorno non potevo sentire. La posizione in classifica e la prestazione cronometrica, per me 15 ore, in secondo piano. Tagliare il traguardo era la vittoria, per me come per tutti i partecipanti. Al termine della gara, neofiti e veterani ci si è ritrovati nella tenda e ci si è abbracciati, affratellati da un’esperienza condivisa indimenticabile. Anche se per qualcuno purtroppo è stata un ritiro e non il traguardo.

L’avventura del deserto non è stata solo una occasione di sport, ma anche di beneficienza. Vero. Quando mi balenò l’idea di correre la 100 km del Sahara pensai, come avviene sovente in molte manifestazioni sportive all’estero, di affiancarvi una iniziativa benefica. Ho così deciso di raccogliere, tramite sponsor e i proventi del mio libro, fondi in favore di Cesvi, organizzazione laica che si occupa di solidarietà mondiale. Nello specifico, a favore della sostenibilità alimentare in Uganda. Il mio progetto è stato appoggiato da molte imprese, grazie anche al lancio pubblicitario di un network radiofonico. Sapere che dal mio completamento della 100 km del Sahara dipendeva il buon esito della campagna di sensibilizzazione creata sui media mi è stato di ulteriore stimolo a superare le difficoltà incontrate sul percorso.

Come riesci a conciliare lavoro e corsa? La preparazione della 100 km del Sahara ha comportato uno sforzo suppletivo di allenamenti nei mesi immediatamente precedenti, qualche ora dal lavoro l’ho distolta ma sapevo di poter contare su soci e collaboratori molto in gamba, che hanno supplito alle mie assenze. Di norma, però, corro all’incirca 3 mila km all’anno, quindi 60 alla settimana, distribuiti su cinque giorni. Un’ora o poco più al giorno, che non fatico ad incastonare tra gli impegni di lavoro. Correre, in fondo, è lo sport che impegna meno tempo: anche se si abita in una grande città sovente si può iniziare a correre subito dopo aver varcato il cancello di casa. Si può correre in tutte le stagioni. Senza contare che correre è un investimento sulla propria salute. Correre fa bene al cuore e al cervello, migliora l’umore, il tono muscolare, è una medicina naturale contro l’ansia, previene l’ipertensione, il diabete e altre patologie metaboliche. Concetti che non smetto di ripetere ad amici e conoscenti che mi chiedono lumi sulla mia esperienza. Ricordo a tutti che la corsa è uno sport economico, bastano un paio di scarpe e l’abbigliamento idoneo a seconda della stagione. “Non posso non riesco sono troppo impegnato” sono quasi sempre pallide giustificazioni alla propria inoperosità. L’unica disabilità è il cattivo atteggiamento. Per correre, anche una maratona, non serve neppure il talento: sono sufficienti buona salute e determinazione.

Runner si diventa, dunque. Si, runner si diventa. Ho voluto raccontare la mia storia per stimolare la curiosità di molti sedentari che reputano impossibile contemperare lavoro e sport e altrettanto impossibile affrontare obiettivi sfidanti partendo da zero in una età nella quale coloro che praticano sport a livello professionistico hanno già appeso le scarpe al chiodo.

Danilo Sacco

Daniele Barbone, Runner si diventa. Dall'ufficio al deserto. Corbaccio, 210 pagg., €14,90

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