Riscoprire e rivalutare un patrimono architettonico dimenticato che ha caratterizzato il paesaggio della media costa adriatica e non solo.

Di Massimo Bottini

Colonia marina Amos Maramotti di RiccioneLa Colonia marina Amos Maramotti di Riccione (Foto di Lorenzo Mini)

Le colonie marine degli anni Venti e Trenta del secolo scorso caratterizzano una larga parte di costa adriatica compresa tra la Romagna e le Marche, sono parte integrante del paesaggio a mare, lo segnano profondamente e rappresentano punti importanti nella mappa mentale della comunità locale. Non si tratta solo di meravigliosi esempi architettonici, le colonie, anche se private della loro funzione originaria, sono state in grado di adattarsi continuando a dialogare con il contesto che le accoglie e di restare significative. Non esiste manufatto architettonico in grado di rimanere vitale se incapace di osmosi con ciò che lo circonda, un edificio che sappia “respirare” è destinato a cambiare molte vite, ma a continuare a vivere. Questa abilità al respiro delle colonie meriterebbe di essere indagata attentamente, così come si auspica si possa avviare una proficua fase di studio e riqualificazione.
Per ora solo l’Emilia Romagna, data la massiccia presenza di colonie sul suo territorio e consapevole del loro ruolo culturale, nel 1985 ha provveduto a censirle e ne ha decretato la tutela. La Città balneare della media costa adriatica è un caso esemplare di conurbazione, per chilometri dalla metà degli anni Cinquanta dello scorso secolo fino agli anni Novanta qui si è costruito, ampliato, alzato, aggiunto; un lungo catalogo di superfetazioni di ogni genere e dimensione. Il cemento armato ha via via fagocitato gli esili villini della borghesia ottocentesca risparmiandone solo alcune esemplari. Gli anni Settanta poi hanno definitivamente sancito la “normalizzazione” di quel modus aedificandi che ha così acquisito lo status di vero e proprio modulo urbano. La nuova formula abitativa serviva a creare velocemente e senza tanti problemi spazi che potessero soddisfare la crescente domanda del turismo che qui è diventato di massa e così questa parte di costa è diventata uno dei luoghi più cementifici del Paese.

Colonia marina Montecatini di CerviaLa Colonia marina Montecatini di Cervia (Foto di Lorenzo Mini)
Colonia marina

Da notare l’uso del colore. Gli alberghi-palazzo sono di mille tinte che cercano di attirare l’attenzione verso ciò che le frettolose forme architettoniche non sono riuscite a rendere distinguibile nel tutto indistinto. Non solo gli alberghi, ma gli stabilimenti balneari, i baby park, le attività di ogni genere, gli ombrelloni, tutto di mille colori gridati, un insieme in cui il singolo elemento pare debba essere necessariamente in contrasto con l’altro. A ben vedere, l’esatto contrario dell’armonia. La chilometrica linea del costruito disarmonica nelle forme e stonata nei colori è, come si è detto, nonostante ciò percepita come un tutto uguale, l’occhio man mano si impigrisce e non nota subito le colonie marine disseminate qua e là nell’arenile. Esse rappresentano mirabili esempi di architettura moderna, nella maggior parte dei casi risultano abbandonate e quindi incontaminate, solo alcune sono state riutilizzate come scuole, forse la funzione a loro più consona.
Costruite dal regime fascista con scopi propagandistici, di indottrinamento, ma soprattutto terapeutici, mantengono inalterata la loro mole che le contraddistingue dal resto. Gli spazi a mare dovevano servire a garantire ai figli dei lavoratori la possibilità di prevenire e curare la tubercolosi e il rachitismo, allora molto diffuse. Progettate per essere funzionali, all’interno e all’esterno, al benessere dei bambini ospiti, con saloni ben areati, esposti al giusto sole ma circondati dal verde. «Il popolo italiano vuole essere sano» aveva decretato Mussolini. E i suoi giovani architetti si lanciarono in creazioni sperimentali e complesse che hanno fatto la storia dell’architettura contemporanea, luoghi dell’utopia come o più delle città di fondazione. Hanno anche insegnato agli italiani ad andare al mare, facendo della villeggiatura marina un fenomeno di massa. Le loro forme che in molti casi si leggono ancora nitidissime, navi, aerei lettere dell’alfabeto, dovevano enfatizzare lo spirito del regime, lo stesso spirito agiva nella scelta dei materiali innovativi e nella sperimentazione tecnologica. Le colonie divennero quindi “incubatori” di nuove generazioni più sane e più forti. I bambini ospitati in colonie si ammalavano di meno, si rafforzavano e, soprattutto aumentavano di peso. Linee pulite ed essenziali che definiscono gli spazi progettati per accogliere i piccoli ospiti in ogni momento della giornata nelle diverse attività.

Colonia marina Rosa Maltoni Mussolini di GiulianovaLa Colonia marina Rosa Maltoni Mussolini di Giulianova (Foto di Lorenzo Mini)
Colonia marina

Ciò che resta fuori, ambiente, luce, brezza, riverbero, frescura, calore, entra dentro percorrendo vie progettate e pensate proprio per creare integrazione e trasformarli in materia costruita. Il loro rapporto di scambio con l’intorno è ciò che le rende vive. Osservandole dal mare esse rivelano immediatamente la loro doppia natura, la prima, quella solitaria, in quanto manufatti architettonici; la seconda, quella “sociale”, attraverso la quale dialogano con il paesaggio a mare da cui sono definite e che ancora contribuiscono a definire. Dal punto di vista urbanistico la costruzione delle colonie marine fasciste rivoluzionò per sempre la forma e la vita vita socio-culturale della costa, gettando le basi per la nascita e lo sviluppo del turismo di massa e segnando l’origine di quel fenomeno urbanistico che sarà definito “riminizzazione”. Oggi le colonie sono gli ultimi varchi a mare, il costruito e il vuoto che lo circonda sono riusciti a conservarsi nonostante la fame di spazio dell’economia turistica, ciò come diretta conseguenza sia della damnatio memoriae da cui sono state colite dopo il fascismo. Un patrimonio culturale di valore inestimabile che attende di essere letto, raccontato e compreso nel suo complesso.
Questa materia vivente andrà immersa nel contesto sociale ed urbanistico in cui si trova, per fare in modo che ogni riutilizzo segni anche l’apertura di un canale di comunicazione e di scambio con esso. Potranno diventare scuole o residenze temporanee di co-housing e co-working, luoghi di rigenerazione civica, tornando ad essere produttori di modelli sociali nuovi nelle mani di una società consapevole in grado di utilizzarle per scopi condivisi e in tal modo valorizzarle.

Colonia fluviale Farinacci di CremonaLa Colonia fluviale Farinacci di Cremona (Foto di Lorenzo Mini)
Colonia montana a RenessoLa Colonia montana a Savignone, località Renesso (Foto di Lorenzo Mini)

La mostra itinerante di Italia Nostra
La mostra “Colonie Marine: ipotesi per la conoscenza e la tutela del patrimonio storico e architettonico del moderno” ha girato in Emilia Romagna, Umbria, Marche, Abruzzo, Liguria, diventando spunto per nuove discussioni sul tema e collettore di nuovi dati e informazioni. I dati raccolti negli anni e che si raccoglieranno in futuro grazie al sostegno delle sezioni regionali di Italia Nostra che potranno richiedere (e non solo loro) l’esposizione nei propri territori, serviranno a tenere viva l’attenzione su questo patrimonio comune e a fornire strumenti utili alla collaborazione con l’associazione Italiana patrimonio archeologico industriale. Alla creazione di gruppi di lavoro e di studio sia a livello di associazionismo locale sia universitario. Potete contattarci scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. per la richiesta di presenza della mostra fotografica itinerante.

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